Fabrizio Donato: “Non ero un talento giovanile, l’atletica era un gioco. La medaglia olimpica a 36 anni mi ha ripagato di tutto”

Una medaglia olimpica, il bronzo di Londra 2012, un oro europeo all’aperto e un altro successo continentale indoor. Uno dei migliori interpreti italiani del salto triplo: Fabrizio Donato è stato intervistato nel corso della puntata di Sprint Zone. Il quasi 50enne ha appeso da qualche anno lo scarpino al chiodo per spostarsi verso la carriera da allenatore.

La carriera da ragazzino: “Non ci sono tracce perché non ero un fenomeno, non ci sono tracce perché non ho lasciato segni indelebili. Noi oggi spesso, quando guardiamo le graduatorie, guardiamo i risultati dei nostri fenomeni, dei ragazzi che hanno lasciato dei segni. Io ho iniziato molto presto a fare atletica, ma come la maggior parte dei bambini ho iniziato a giocare. E ho giocato fino da grande, fondamentalmente, perché venivo da un paese, da una città piccola, dove la cultura dello sport era un pochino indietro, Frosinone, e quindi i miei risultati hanno fatto fatica ad arrivare. Io da giovane non ero un talento. Non essendo un talento puro, chiamiamolo così, non ho lasciato dei segni. Ma ho iniziato molto presto a fare atletica, ero bambino, ero piccolo. Ho fatto tutto il percorso giovanile, mi sono avvicinato al salto triplo da allievo, fondamentalmente, e ho vinto il mio primo titolo italiano nel salto triplo da junior, da primo anno junior, se ricordo bene. Ho avuto bisogno di tempo per far crescere Fabrizio, di farlo maturare e di iniziare un percorso qui nelle Fiamme Gialle, dove attualmente ricopro il ruolo di responsabile di settore dei salti, con il mio unico e storico allenatore, Roberto Pericoli. È stato un processo lungo, che ha richiesto tempo, ovviamente, e poi dai 22, 23, 24 anni in poi, piano piano, ho iniziato – chiamiamola così – la mia carriera”.

Sulla scelta della specialità: “Allora, ho iniziato a fare il salto triplo quasi per caso… Le mie capacità le ho sviluppate con il tempo, piano piano. Da piccolo non avevo queste capacità elastiche, esplosive: non c’erano, non lo so, difficile dare una spiegazione. E vuoi che il mio allenatore è stato molto cauto con me, quindi la famosa specializzazione, i famosi mezzi di allenamento specifici sono arrivati molto tardi sul mio corpo. E quindi il mio allenatore ha rispettato i miei tempi biologici, la mia crescita: ero basso e poi sono cresciuto quasi velocemente, avendo problemi anche alle ginocchia, alle articolazioni, perché quando c’è una crescita veloce di conseguenza il corpo deve cercare un adattamento. A un campionato di società giovanile, la società mi chiese di coprire la gara del salto triplo perché il tripista che avevamo nella mia società, quindi nell’Atletica Frosinone, si era infortunato. Alla mia prima gara di salto triplo riuscii a ottenere il minimo per i campionati italiani giovanili. Da lì mi sono innamorato, fondamentalmente, di questa specialità così tecnica, così entusiasmante, così bella: me la sono fatta mia e poi il resto è storia”.

La particolarità di avere personali migliori indoor rispetto che all’aperto: “Con Roberto Pericoli questa cosa l’abbiamo analizzata e ne abbiamo parlato spesso, perché è chiaro che nell’indoor le condizioni sono migliori, il vento, la temperatura e tutte le piste più performanti. La differenza che c’è – ma c’è tutt’oggi e con tutti – è il tempo di preparazione. Io sono sempre stato uno che ha iniziato molto presto a preparare la stagione indoor, quindi già a fine agosto noi eravamo già in pista e in campo per gareggiare poi a febbraio. Diversamente, finita la stagione indoor, prima del periodo che c’è tra la stagione indoor e la stagione estiva, il periodo di preparazione è più corto. È chiaro che si ha una condizione migliore arrivando dall’indoor, ma questo è l’unico elemento che io – che noi – abbiamo analizzato e che possiamo in qualche modo definire diverso rispetto alle due sessioni di competizione.Abbiamo provato qualche anno ad allungare un pochino più il periodo estivo, ma avremmo dovuto rinunciare all’indoor. Ogni anno pensavamo di rinunciare all’indoor, però almeno l’indoor mi piaceva, ne abbiamo sempre in condizioni buone, quindi non ho mai rinunciato a una stagione indoor. E quindi non abbiamo mai fatto un vero e proprio esperimento a fare un percorso lineare, liscio, da settembre a maggio, per esempio”. 

Che cos’è il talento? “Il talento non è solo quel ragazzo – parlando ovviamente delle nostre specialità – che ha più fibre bianche, quindi più fibre veloci. Eh, bensì è quel ragazzo, e quel bambino aggiungerei, che senza particolari stimoli nell’allenamento riesce a ottenere risultati straordinari. Poi c’è il talento mentale, c’è il talento fisico e c’è il talento completo. Io dico sempre che ero un talento più nella parte mentale, nella mia capacità di sopportare e di rialzarmi, e di continuare a crescere e a credere soprattutto nei miei mezzi o delle persone che avevo al mio fianco. E probabilmente questo talento ha sopperito un pochino la mia mancanza di talento fisico. Eh, il talento è quel bambino che a età giovanile riesce ad emergere e riesce a ottenere grandissimi risultati in diverse specialità, per esempio. Facciamo dei nomi, perché tanto dei nomi ne abbiamo tanti: Mattia Furlani, Andrew Howe – entrambi, più Andrew che Mattia probabilmente – entrambi hanno avuto, o hanno ancora, la maggior parte delle regole del giovanile. Infatti, in alto, ostacoli e salti in lungo, salto triplo: Andrew ha ancora il record italiano, se ricordo, ma del salto in lungo allievi, se mi ricordo male, 7.20 e qualcosa. Quindi quello secondo me è il talento: è quel bambino che con pochi stimoli riesce a ottenere grandi risultati in diverse specialità. Quindi capacità di adattamento e di esprimere grandi cose in diverse specialità: velocità, salti… Io ero un talento a metà, chiamiamolo così. Adesso è difficile darmi una definizione specifica: da bambino, come abbiamo detto prima, non ho vinto nulla, non ho avuto mai nessun record e non ho mai scritto nessuna pagina di storia”. 

Una carriera molto longeva: “Diciamo che gli infortuni, purtroppo, fanno parte del nostro gioco. Purtroppo funziona così. Non mi piace dirlo perché lo sport non è infortunio, è ovvio: è gioia, è divertimento, vittorie e sconfitte, per carità. Gli infortuni ci sono, purtroppo, e bisogna essere bravi a risolverli quando arrivano. Devo dire che i miei infortuni, per quanto siano stati abbastanza – anche gravi, qualcuno – ma siamo stati bravi e capaci, soprattutto, di risolverli e di tornare sempre in breve tempo. Quindi un infortunio non ha mai tenuto lontano troppo tempo dalla pedana, questo è vero. E come è vero che non abbiamo mai lasciato nulla al caso. Se sono riuscito a essere così longevo, molto è dovuto probabilmente alla natura, è ovvio, perché poi se fosse così facile avremmo la pozione magica. E molto però è dovuto a quanto io ero – eravamo – perfezionisti. Nella mia carriera non ho mai lasciato nulla al caso: avevo persone al mio fianco, un piccolo team al mio fianco che mi dava una grandissima mano. La cosa bella è che sono sempre rimasti abbastanza da parte e nascosti, perché io dico sempre che – e questa è una cosa che oggi non mi piace – va bene avere delle persone al proprio fianco, un bel team, ma molto spesso mi sembra che la cosa stia sfuggendo un pochino di mano. Dove quasi si vuole mettere in prima evidenza le persone che lavorano con gli atleti piuttosto che l’atleta, addirittura. E dico sempre che le persone che erano al mio fianco erano persone molto umili, che facevano quello che hanno fatto perché erano miei amici, brave persone, soprattutto professionisti. E non per mettersi in luce, non per apparire. Poi sì, la mia carriera è stata lunga, ma la cosa bella è che io dico sempre – e che ho smesso sereno – di aver fatto il massimo. Io oggi non ho rimpianti: qualcuno, molti miei colleghi alcune volte dicono “Potessi tornare indietro”, e io onestamente più di quello che ho fatto non saprei cos’altro avrei potuto fare, onestamente. Quindi dico che va bene così: è stato bello, non ho, come dicevo, rimpianti, e ogni volta che ne parlo mi viene sempre il sorriso”.

I momenti più belli della carriera: “La medaglia olimpica, perché la medaglia di una vita, il sogno di una vita. Tutti gli atleti pensano, sognano di… all’inizio di partecipare alle Olimpiadi e poi, dopo, di vincere una medaglia, no? Ero già grande quando ormai le speranze erano quasi finite: magicamente arriva una medaglia olimpica a 36 anni, quindi la medaglia della vita, io la chiamo. Quella medaglia che mi ha ripagato di tutto quello che ho fatto nella mia carriera. E poi sono molto legato all’argento dei campionati Europei indoor, che ho conquistato a 40 anni, soprattutto allenandomi da solo – anzi, allenandomi da solo e allenando Andrew Howe, nel doppio ruolo. Era una scommessa a suo tempo”. 

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Fonte: OA Sport – Articolo completo

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