È doveroso effettuare un ritorno sull’epilogo della combinata nordica, almeno in chiave italiana. Vero che siamo ormai in primavera e il massimo circuito è terminato a metà marzo, quando si era ancora in inverno. Tuttavia, la metafora legata alle stagioni è puntuale. Cambia tutto, in seno alla squadra azzurra, proprio dal punto di vista anagrafico e generazionale. Il movimento tricolore è di fronte a uno stravolgimento come mai aveva fatto in passato.
Sono nove i ritiri di rilievo annunciati tra settore maschile e femminile. Di essi, ben quattro riguardano atleti italiani. Quasi la metà dei combinatisti di alto livello che hanno deciso di appendere sci e casco al chiodo appartengono al nostro Paese. Difatti, tra gli uomini hanno detto “basta” Alessandro Pittin (36 anni), Raffaele Buzzi (31) e Samuel Costa (per la seconda volta, a 33 primavere). Fra le donne, ha chiuso Veronica Gianmoena (31).
Tradotto, l’Italia perde in un colpo solo tre dei quattro combinatisti più competitivi tra chi ha il cromosoma Y nel proprio corredo genetico e la ragazza più incisiva in tempi recenti. Altro che “ricambio”, ci si trova di fronte a un vero e proprio scatto generazionale. La dimostrazione è data dal fatto che il classe 1999 Aaron Kostner passi dall’essere il quarto in termini di età, quello (relativamente) giovane, al ruolo di veterano del gruppo!
Non si tratta di una situazione banale da gestire, ma la dinamica rappresenta al contempo un’occasione. Innanzitutto bisognerà però essere in grado di muoversi nel migliore dei modi, perché quando un movimento viene ribaltato come un calzino sul piano anagrafico, non sempre riparte benissimo. Lo si è visto in altri sport, così come nella combinata stessa. Ci sono Paesi come Stati Uniti e Francia che – una volta venuta meno la generazione più blasonata di sempre – non hanno mai saputo tornare ai fasti del passato.
Perché? Perché mancavano i ricambi. In quei casi, si parlava però di nazioni vincenti. La dimensione dell’Italia è differente, più ridotta. In questo caso, si ragiona su un Paese di seconda fascia e non di vertice. Il meccanismo è tuttavia il medesimo, seppur con la consapevolezza che trovare linfa fresca per restare a medio livello sia decisamente più semplice di quanto non lo sia per rimanere al vertice.
In tal senso, il movimento azzurro ha già delle nuove leve pronte a essere gettate nella mischia. È questa l’occasione di cui sopra, quella di essere finalmente capaci di valorizzare le risorse a disposizione. Il classe 2003 Iacopo Bortolas su tutti, ma al contempo non si può pensare di derubricare il venticinquenne Domenico Mariotti con tanta rapidità.
Sia l’uno che l’altro sono stati catapultati, pressoché all’improvviso, al ruolo di numero 2 e numero 3 della squadra, dopo essere stati a lungo il numero 5 e il numero 6. Potranno essere seguiti, d’ora in poi, con tutta la cura necessaria per farli sbocciare. Il discorso, ovviamente, vale anche per gli altri più o meno giovani, sinora “chiusi” dai veterani, ma forse più competitivi di quanto i risultati sinora ottenuti non lascino intendere.
L’Italia non è una superpotenza e non lo diventerà certo in vista del 2030. Cionondimeno, ci sarà spazio e modo per mantenere una certa stabilità in termini di risultati. Serve non solo al nostro Paese, ma all’intera combinata nordica. Perdere gli azzurri, sarebbe l’ennesimo duro colpo alla credibilità della disciplina agli occhi del Cio.
Fonte: OA Sport – Articolo completo
