Antonio La Torre: “Dosso scenderà abbondantemente sotto gli 11″ nei 100. Difendo Fabbri da chi vuole crocifiggerlo”

Un’Italia strepitosa ai Mondiali indoor di atletica leggera a Torun in Polonia. Cinque medaglie, tre d’oro, un weekend davvero da sogno per gli azzurri. Ad analizzarla sul canale Youtube di OA Sport è il Direttore Tecnico della Nazionale italiana assoluta Antonio La Torre.

Parlando della spedizione ai Mondiali indoor: “Direi che è stata una spedizione rock. Nel senso che abbiamo saputo – ed è questa la prima riflessione – su sei, sette possibilità di salire sul podio, confermarne cinque. Questo è quello che rappresenta il mio lavoro: io devo ragionare sugli indici di competitività. Giustamente la gente guarda gli ori, guarda le emozioni – cose importantissime, che mi preme comunicare più dello stretto dato tecnico – però io devo dire che il passo avanti che ha fatto questa nazionale è che non ci sentiamo più ospiti per caso: andiamo lì, vogliamo essere protagonisti, ci impegniamo per farlo. Premetto sempre che non è mai facile. Duplantis è quello su cui tutti scommetteremmo case, palazzi, tutti i soldi che abbiamo in banca, perché ci sono venti centimetri ogni volta tra lui e il resto dei competitor: a occhi chiusi. Lui stesso ha detto: ‘Io ogni gara me la devo guadagnare’. E lui guarda tutti dall’alto, ma dall’alto proprio: è come se in una gara di cento metri arrivasse due metri prima, la proporzione è quella. Con questo spirito, cosa siamo riusciti a fare? A far crescere il carattere e la personalità non solo dei singoli, ma della squadra. Io vedo il contagio positivo nelle affermazioni di Andy Diaz, che ci ha aperto la strada; nelle due bellissime medaglie di Nadia e Zainab – altrettanto bellissime – perché quella di Mattia, poi ne parleremo dopo, io la ritengo un oro, per come è stato. Perché io c’ero e ho visto come stava fisicamente: bene. Secondo me quell’argento ha un valore infinito, per tutto quello che ha saputo esprimere Mattia, così come quello di Larissa. Io non sono un mago delle previsioni del tempo, ma mi ero sbilanciato, mi ero sbilanciato perché stando vicini a questi atleti tu sei contagiato: avverti in loro, da atteggiamenti, nonostante tutti i problemi, che qualcosa di positivo può succedere. Ecco, quello che a mio parere va vista, questa spedizione, va inquadrata in questo arco temporale da Tokyo fino a qui”.

Su Furlani: “Io a un certo punto gli ho detto: ‘Matti, se vuoi rinunciare alla gara, l’aereo è già pronto nella pista d’atterraggio’. Nel senso che a tavola si è alzato per aver mangiato un boccone di riso e dice: ‘Guarda, vado in camera perché non sto ancora bene’. Al campo di riscaldamento, con la mitica Antonella Ferrari, la nostra dottoressa che ci ha seguiti, facendo finta di niente lo tenevamo d’occhio passo passo. È sbiancato a un certo punto. E allora io dico che il grandissimo valore è quello che lui è riuscito a fare in queste condizioni. Onore al portoghese, che per 0,1 millimetri ha beccato la pedana della vita. Ma io quello che valuto in prospettiva è quanta pressione Mattia, con la sua presenza, ha messo addosso a Saraboyukov, che era il bulgaro strafavorito e che ha fatto invece una gara un po’ tatticamente – non dico scellerata – ma sono quelle le cose su cui poi io devo ragionare. Pensando a Birmingham, vedo un Mattia molto più padrone della situazione: quello è il suo recinto; gli altri, per entrare in quel recinto, dovranno bussare con prestazioni straordinarie”.

E ancora sul lunghista azzurro: “Vorrei però sottolineare la sua maturità in un altro senso. Spesso noi siamo un po’ brontoloni, parliamo dei giovani un po’ a casaccio. E io credo che il valore di quello che Mattia ha fatto va molto oltre le piste d’atletica. Mattia ha 21 anni, e quando ci si confronta con lui… Non escono mai parole banali – non che escano tomi di filosofia, assolutamente, non ha questa pretesa – ma è così diretto, così istantaneo, così spontaneo, così puro. Io credo che lui arrivi direttamente al cuore di molti ragazzi. E quindi bisogna stare vicino a questi ragazzi, perché c’è molto anche da imparare, senza fare piaggeria gratuita. Però dobbiamo smetterla di guardarli da lontano e pensare che vivano in chissà quale mondo. Mattia è un ragazzo di questo mondo, e quando ho detto ‘io voglio fare la storia’, non è un esagerato: è uno che sta lavorando per farla veramente”.

Su Nadia Battocletti: “Ho sottolineato prima della gara il coraggio di Nadia di uscire dalla sua comfort zone, che poi sono comfort zone per modo di dire, perché quando tu vinci su fango, quando vinci su strada, quando vinci in pista all’aperto, sono tutt’altro. Nessuno ti stende tappeti rossi, sono tutt’altro che comfort zone. Nadia ha osservato molto scrupolosamente e seriamente il Ramadan, e credo che questa sia una storia che meriti grandissimo rispetto. Lei ha finito il Ramadan tre giorni prima di partire, quindi il tempo di fare un lavoro di rifinitura. Però quello che ho visto è di una ragazza assolutamente padrona della gara. Ricordiamoci che le competitor c’erano eccome. Lei è stata capace prima di non finire nelle risse di questa finale molto affollata, è diventata lei la cacciatrice, invece che la lepre che tutti inseguivano. L’ha fatto con un’eleganza tecnica, tattica, atletica straordinaria, ma l’ha fatto soprattutto con una maturità di lettura della competizione che ci torna a dire tutte le volte: perché sono sempre esseri umani quelli che gareggiano in pista, e conta quanto l’aspetto mentale”. 

Parlando di Dosso: “È stata totalmente padrona di quell’arena. Lei non ha perso una gara in questo inverno. Ma non è tanto quel dato: riguardatevi la finale, non c’è un metro in cui non dia la percezione di essere perfettamente padrona della situazione. Addirittura c’è un attimo in cui si butta un po’ troppo in anticipo, ma era così avanti che non poteva succedere niente di diverso e ha vinto col sorriso. Io credo che questo la porterà a essere una delle protagoniste agli Europei di Birmingham e a farla entrare definitivamente nell’élite mondiale sotto gli 11 secondi netti, perché lo vale ampiamente. E poi ricordo a tutti: in una gara di 60 metri, basta una partenza sbagliata per fare tutt’altri discorsi. Non è stata la miglior partente, ma è stata così superiore alle altre: tre centesimi cominciano a diventare tantissimi”. 

La debuttante Doualla: “Le ho detto vieni, divertiti, impara. E lei lo ha fatto, ma vi assicuro che nella cerimonia di giuramento ha espresso una personalità non indifferente. È tutt’altro che una cucciola da proteggere, ed è una ragazza di cui i prossimi anni sentiremo proprio parlare: non solo la più giovane italiana a questa manifestazione di sempre, la più giovane partecipante di tutta la manifestazione. Ha passato un turno, ha passato il resto del tempo a guardare, a studiare; è venuta durante la semifinale e la finale a guardare che cosa facevano tutte le altre. E sono davvero soddisfatto per come ha superato questo momento. È come dire a un ragazzo che va alle scuole superiori: ‘All’improvviso ti trovi al quinto anno dell’università’. Ecco, lei non si è smarrita e questa è la cosa più importante”. 

Su Diaz: “Sono venuti gli italiani, sia lui che Andrea Dallavalle. Perché non è che l’avvicinamento di Andy è stato facile questo inverno. Guardate che dietro quella grande prestazione ci sono neanche quattro settimane di allenamento. Fabrizio Donato mi ha detto: ‘Eh sì, prof, è proprio lui che mi ha preso per mano e ha detto: ‘Andiamo’. A quel punto cosa abbiamo da perdere?’. E finita la gara gli ho detto: ‘Pensa che bello adesso come ripartite con questo ulteriore titolo’. Andy ha una leadership invisibile: tutta la squadra gli vuole un bene dell’anima, perché è un ragazzo di una semplicità, di un calore umano legato anche alla sua storia, che sa confrontarsi con chiunque. Anche lì la fortuna: nonostante l’albergo fossimo quasi un’ora di distanza dal campo e non fosse un albergo a cinque stelle, vedere il suo abbraccio con la nonna è stato uno dei momenti più particolari di questa spedizione. Ma allora vedi che sono tanti fili che si riagganciano e lui è sicuramente un fuoriclasse. Lui ci ha aperto la strada. Lui il primo giorno ha messo tutti gli altri in condizione di esprimersi senza temere chissà che cosa. E tu sai che quando cominci bene si facilitano tante cose. E in questo lui è capace di passare una rilassatezza, un sorriso, balla. E questo vuol dire tanto per togliere le tensioni che in queste manifestazioni si accumulano e sono veramente alte”. 

Su Larissa Iapichino: “Prima dei Mondiali le ho detto: ‘Questo è il tuo anno’. E ogni tanto, giustamente, i giornalisti chiedono conto: ‘Ma sei sicuro? Ma tu ce lo dici sempre?’. Ma non è che lo dico solo perché è il mio mestiere, devo farlo per forza. Ma perché sapevo: nei giorni il lunedì ha fatto una seduta a Firenze che prometteva solo belle cose. Poi è una che sì, è facile dire: ‘Si fosse accesa al secondo salto, probabilmente avrebbe vinto la gara’. Ma non importa: ha portato a casa una cosa fondamentale, una medaglia d’argento, un Campionato Mondiale e da lì in poi, dopo aver vinto la Diamond League indoor salto in lungo – e non è la prima volta che succede, perché l’ha vinta anche all’aperto –, questione di poco tempo. E poi vedremo sempre Larissa come una delle nostre alfieri migliori, diversa da sua mamma, e con questo dialogo che è stato molto diverso da Tokyo. Gianni Iapichino è stato bravissimo durante questa manifestazione. Glielo voglio dire pubblicamente – anzi, faglielo sapere – perché ha gestito una situazione delicatissima, dove Larissa doveva mettere in atto alcune cose, ma non è sempre così immediato. E alla fine ripartiamo da qualcosa di molto consistente che ci farà divertire nel prossimo futuro”.

Un po’ di delusione per Andrea Dallavalle: “Sia lui che è Andy non hanno avuto due avvicinamenti facili. Con Andrea ho un rapporto diretto, personale, molto schietto. Era molto deluso, ma ha dovuto fare i conti con un po’ di acciacchi che non gli hanno permesso di essere libero come era successo a Tokyo. A Tokyo è arrivato con 40 giorni di allenamento nelle gambe, per essere chiari: l’abbiamo portato noi sulla fiducia, senza neanche rispettare i criteri di selezione che ci eravamo dati. Perché abbiamo visto una crescita proprio repentina. Qui qualche acciacco c’era ancora, e lui con molta onestà dice: ‘Non sempre le cose vanno come noi desideriamo’. C’era una parte di autocritica anche personale, che per me è un dato estremamente importante, perché mi fa ben sperare per le prossime manifestazioni. Perché è da lì che si riparte: dalla consapevolezza di quello che potevi dare in più. Però di nuovo non è stato proprio un avvicinamento liscio liscio, non era l’Andrea libero di provarci fino in fondo. Qualche freno inibitore in questi casi c’è sempre, perché non vuoi nuovamente farti male, e non è la miglior condizione per gareggiare a un Mondiale”. 

Parlando di Fabbri: “Credo che tutti abbiano visto quello che è successo, e questi sono proprio i momenti in cui bisogna stare vicino agli atleti. Ricordiamoci una cosa: medaglia d’argento a Budapest 2023, ai Mondiali all’aperto; campione europeo a Roma 2024; quinto posto, comunque quinto, a Parigi alle Olimpiadi, anche se delusissimo; e ancora medaglia di bronzo ai Mondiali di Tokyo nel 2025. Io vorrei avere atleti che “falliscono” così ai Mondiali, vorrei averne tanti. Questo per iniziare a delineare il curriculum di Leo. Poi lui è consapevole: è il primo deluso per quanto successo in pedana domenica mattina. Tutti noi abbiamo letto il suo accorato post. Credo che la cosa migliore l’abbia detta il nostro presidente, che non ha fatto in tempo a parlare e gli ha detto: ‘Leo, fai spallucce. La mamma degli idioti è sempre incinta, e oggi ha trovato una grande cassa di risonanza nei social. Però, per il bene e l’affetto che ho per Leo — con cui ho un rapporto speciale cresciuto negli anni, da quando ho iniziato a fare il direttore tecnico — ricordo che dissi a Paolo Dal Soglio: ‘Ma quando ti decidi a smettere di perdere tempo e a seguire solo Leonardo Fabbri?’. Lui, come al solito, fu molto diplomatico. Chi mi conosce sa che a volte sono un po’ rude. Da lì si è costruita una storia che avrà ancora tanti capitoli. Questo è il momento in cui dobbiamo stare vicini a Leo: un gigante buono, con una sensibilità interiore ferita, che tutta la squadra ha aiutato a ricostruire. Non è un caso che siano arrivati subito i messaggi di “Gimbo” — che aveva già sollevato questo tema quando il Presidente della Repubblica ci aveva ricevuti dopo la vittoria della Coppa Europa, anche se forse allora era passato un po’ inosservato. E lo stesso mi ha detto Andrea Dallavalle: ‘Guarda cos’è successo a Leo, bisogna capire che noi ci mettiamo tutto noi stessi. A volte si può fallire’. La gente, giustamente, pretende da chi fa questo mestiere prestazioni sempre eclatanti. Ma è proprio qui la bellezza, e anche la drammaticità, del nostro sport: ti mette sempre con le spalle al muro. Noi dobbiamo fare quadrato intorno a Leo e a Paolo, perché è un atleta straordinario, uno dei più grandi talenti nei lanci che l’Italia abbia mai avuto. Io ho il compito di non dimenticarlo e voglio ricordarlo a tutti gli istintivi che vorrebbero crocifiggerlo. Questo è il momento in cui starò vicinissimo a Leo e a Paolo. Dobbiamo andare avanti, dicendoci anche le cose che non vanno, al di là dei “leoni da tastiera”. Il rapporto con le grandi manifestazioni non è semplice, ma è un percorso: non è una strada in discesa. Michael Jordan diceva: ‘Ho sbagliato più tiri decisivi di quelli che ho segnato per vincere le partite’. E noi lo esaltiamo per questo. Leonardo Fabbri, invece, non può confessare una sua fragilità senza essere bersagliato, sempre da persone nascoste dietro una tastiera. Michael Jordan diventa un simbolo, nei libri più importanti, di ciò che si impara dalle sconfitte. E invece qui ci divertiamo a crocifiggere Leonardo. È un cambiamento culturale che dobbiamo fare, fermo restando che ognuno deve sempre assumersi le proprie responsabilità”.

L’INTERVISTA COMPLETA AD ANTONIO LA TORRE

Fonte: OA Sport – Articolo completo

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