Federico Vanelli: “Il problema cardiaco mi portò alla depressione”. E il racconto del bambino salvato nell’Adda

Una storia da raccontare. Federico Vanelli, ex nuotatore di fondo azzurro, che ha conquistato anche la qualificazione alle Olimpiadi di Rio 2016 (chiuse al settimo posto nella 10 km nelle acque libere), ha scritto di recente un libro e si è espresso ai microfoni di OA Sport in Focus.

Il lavoro attuale: “Ora sono al terzo reparto mobile, sono sempre un membro delle Fiamme Oro. Gestisco la palestra del terzo reparto, appunto, insieme ad altri colleghi”.

Gli inizi: “Ho iniziato a due anni. Mia madre è calabrese, quindi fin da piccolo ho sempre passato l’estate sul Mar Ionio, a Tropea. Quindi già da due anni io ero senza braccioli e da lì poi è iniziata la mia passione verso il nuoto”.

La qualificazione a Cinque Cerchi: “Non era il mio obiettivo, era il mio sogno. Era proprio il sogno del bambino. E nulla, sotto la guida di Emanuele Sacchi, del Circolo Canottieri Lecco, sono riuscito a guadagnare questo sogno”.

Il momento della conquista del pass olimpico: “In pratica eravamo io e Simone Ruffini ai Mondiali di Kazan. Per entrare all’epoca dovevamo arrivare tra i primi dieci del Mondiale, e partivano all’incirca 90 persone. E quando abbiamo toccato, alla fine, il tabellone d’arrivo, io avevo paura di contare il tabellone, perché non volevo… cioè volevo contare, ma avevo paura di non essere rientrato. Però alla fine ho preso il nono posto e ci sono andato”.

Il ricordo olimpico più intenso: “Ricordo proprio ogni sensazione che ho avuto in quell’ora e cinquanta, ora e cinquantacinque, me la ricordo tutta. Anche perché era difficile stare concentrato tanto nel presente; però in quel momento volevo essere proprio lì, quindi me lo sono proprio goduto. Cioè, ogni bracciata me la sono goduta”.

Il libro scritto: “Un inno, diciamo così, a chi ora sta nel mare più in tempesta che possa esistere. Io ho scritto questo libro per dare una traccia, un modo per cercare di poter uscire dalla depressione. E “domani ci sarà il bel tempo” è stata una frase che mi sono detto, mi sono detto guardando dai nuvoloni in una calda giornata estiva. Ho detto: «Ah, domani ci sarà il bel tempo», nonostante la pioggia che sarebbe arrivata. E lì è stata poi il mio mantra, la mia frase che mi ha accompagnato negli anni della depressione”.

Il 20 luglio 2024 un evento che gli ha cambiato la vita: “Mi trovavo sulle sponde del fiume Adda, con un amico, e a un certo punto abbiamo visto che la forza della corrente stava trascinando via un bambino. Lì per lì mi si è completamente spento il mondo e mi sono tuffato per salvarlo. L’Adda ha tante vittime durante l’anno, adulti, bambini, chiunque. E quel giorno il fiume era particolarmente gonfio, era comunque reduce da belle alluvioni estive. Era pericoloso, già di base, già proprio nelle condizioni del posto. In più, la mia condizione cardiaca…”.

Un ritiro forzato: “Stavamo andando insieme alle Fiamme Oro a fare ormai la consueta traversata dello Stretto. Proprio in mezzo al viaggio, durante il viaggio, mi suona il telefono ed era la Medicina dello Sport. E mi annunciano questo problema, che è appunto la cardiomiopatia dilatativa ereditaria. E mi danno tre mesi di stop: comunque, in questi tre mesi non potevo fare assolutamente nulla. Dentro di me sapevo che non avevo un sesto senso, che non avrei superato le visite. E la certezza me l’hanno data poi a dicembre, il 7 dicembre, per essere precisi. E poi è stata proprio una picchiata, una discesa vorticosa verso la depressione”.

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Fonte: OA Sport – Articolo completo

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